Laudatio

in occasione del conferimento del primo Salzburger Musikpreis il 5 febbraio 2006, nell’Aula Magna dell’Università di Salisburgo

Caro Salvatore Sciarrino,
Onorevole Signor Presidente della Regione,
Gentili Signore e Signori,
questo è un momento di sorpresa. Io, ad esempio, sono sorpreso di stare qui e di avere lo straordinario onore di esprimere una lode per un compositore che ritengo essere uno dei più importanti nella vita musicale di oggi. Lei, Salvatore Sciarrino, probabilmente è sorpreso di ricevere ora questo grandioso e onorevole premio, della cui esistenza finora non sapeva nulla – o almeno non ne ha saputo nulla finoal momento in cui Joséphine Markovits, mia collega in giuria, l’ha informata del riconoscimento. E noi tutti, gentili Signore e Signori, siamo alquanto sorpresi che questa ora solenne, nella bella città di Salisburgo, non sia dedicata a Mozart bensì alla musica contemporanea e alla creatività musicale del presente. Proprio in questo consiste la particolarità di questo premio musicale, che il Land di Salisburgo conferisce per la prima volta.
Ma la più grande sorpresa, per quanto mi riguarda, consiste nella scelta di Salvatore Sciarrino – non nella decisione in sé quanto piuttosto nel modo in cui è stata presa. E, caro Hans Landesmann, che ha guidato questa giuria con così grande gentilezza e autorevolezza, non mi vieterà di tradire questo piccolo segreto interno. Nelle nostre riunioni dapprima abbiamo stilato una lista di possibili candidati piuttosto lunga, che ci ha fatto apparire difficile la scelta. Tuttavia, su gentile invito del nostro Presidente, ci siamo apprestati subito a una prima, breve, votazione consultativa. Segreta, si intende. Con nostra sorpresa, al primo posto in tutti e tre i foglietti si trovava uno stesso nome, quello di Salvatore Sciarrino – ah, se altre riunioni potessero arrivare al termine così rapidamente! Quando nella indimenticabile rassegna Zeitfluss, durante il Festival di Salisburgo del 1993, fu eseguito nel cinema cittadino Lo spazio inverso, un brano cameristico per cinque strumenti del 1985, bisognava ancora spiegare chi fosse Salvatore Sciarrino. Oggi, come dimostra l’esempio, il nostro Maestro sta in prima fila. E perché ciò accade? Io penso che ciò sia riconducibile unicamente al suo profilo artistico che in chiarezza, unicità, novità e multiformità ha solo pochi pari. Più tardi, durante il concerto del Klangforum Wien, potrete farvene un’idea. Esiste tuttavia anche una specie di vademecum per la musica di Salvatore Sciarrino, sono quattro edizioni-Cd della meritevolissima etichetta austriaca Kairos. Dal dolcemente sussurrato Codex purpureus per trio d’archi del 1983 all’opera in due atti Luci mie traditrici del 1998, dall’atto unico Infinito nero composto nello stesso anno sulla mistica Maria Maddalena de’ Pazzi ai dodici canti dal titolo Quaderno di strada del 2003, che dopo ascolteremo, si può fare più d’una scoperta. Chi getta qualche sguardo nel giardino sonoro che si apre all’ascoltatore di questi quattro Cd presto riconoscerà in che cosa consistano le particolarità della scrittura musicale di Salvatore Sciarrino e come questa scrittura prenda forma e si concretizzi in modi e maniere sempre diversi.
Prendiamo come esempio l’opera Luci mie traditrici – e alla lettera: “I miei occhi traditori”, oppure
nella formulazione del titolo ufficiale tedesco Die tödliche Blume (Il fiore mortale). L’argomento tratta di Carlo Gesualdo, principe rinascimentale e compositore, che scopre sua moglie a letto con un rivale e procede rapidamente e senza esitazioni alla sanguinosa vendetta. Ciò che sembra tanto essere opera lirica appare nella trasposizione musicale di Salvatore Sciarrino come un avvenimento puramente interiore: «Poco succede, quasi niente», dice il compositore. Otto duetti - che in rari momenti si allargano a un terzetto e che sono strutturati attraverso cinque intermezzi strumentali – rappresentano gli avvenimenti come in nuce. Si verifica in questo modo un singolare effetto di contrasto. Da un lato, non c’è dubbio che in quest’opera il tempo scorra – il tempo del racconto tanto quanto il tempo raccontato – e che inoltre cresca un’incredibile tensione verso la fine di morte. Dall’altro, però, si crede di cogliere la storia in un solo sguardo, come in un’immagine che mostra lo stato delle cose e implicitamente ne chiarisce i precedenti. Diversamente da molte opere liriche di oggi che si allontanano dalla drammaturgia narrativa in modo consequenziale, l’opera di Salvatore Sciarrino parte da un approccio da lungo tempo familiare, che viene però portato a una vita totalmente diversa e nuova.
L’incredibile tensione di questo brano, fermo per così dire, si specchia in modo molto concreto nella tessitura musicale – manifestando alcuni di quegli elementi che rendono la scrittura di Salvatore Sciarrino così inconfondibile. Le parti vocali, ad esempio, si caratterizzano tramite un’intonazione stranamente salmodiante, semplici gesti che, per lunghi tratti, sono costruiti in modo simile. Sempre di nuovo, su una base sottostante, si pone un suono che, successivamente condotto a un movimento rapido, si sviluppa in intervalli prima piccoli e poi sempre più grandi. Questo appare come recitazione altamente artificiosa e al contempo come rispecchiamento moderno della prassi della diminuzione elaborata durante il Rinascimento, cioè dell’abbellimento ornamentale del singolo suono. La riduzione al semplice e il suo sviluppo con l’aiuto di piccole e graduali modificazioni sarebbe dunque il primo di quegli elementi che contraddistinguono la musica di Salvatore Sciarrino; ciò assicura a questo linguaggio musicale una comprensibilità molto specifica. Non ha nulla a che fare con tendenze restaurative e solo poco con la resistenza nei confronti di un’esasperata complessità di molta musica contemporanea. Si tratta piuttosto di un ritorno alle radici come accade - benché in maniera del tutto diversa – nelle composizioni di György Kurtág. Vi è un secondo elemento che si nota subito: l’incredibile consequenzialità e allo stesso tempo l’inaudito virtuosismo con la quale Salvatore Sciarrino si concentra sul silenzio. Nei confronti della sua musica bisogna tendere l’orecchio, bisogna ascoltare con attenzione, anzi, bisogna immergersi nell’ascolto – e ciò significa: diventare noi stessi silenziosi e rivolgerci alla sua musica. Non è stata scritta per un consumo rapido né è concepita come meritato riposo dopo il lavoro. In questo suo atteggiamento fondamentale, la musica di Salvatore Sciarrino si ricollega a una direzione compositiva dei nostri giorni che è di primaria importanza e che viene portata avanti da alcuni nomi significativi.
Per nominarne alcuni: Luigi Nono, con l’interiorità della sua opera matura; Helmut Lachenmann con il suo linguaggio orientato al rumore; Beat Furrer con i suoi suoni filigranati. E per me è indiscutibile che questa cultura del silenzio possa essere interpretata anche come critica in senso sociale: come obiezione al chiasso del nostro mondo, come opposizione all’atrofizzarsi dell’udito che i giovani si infliggono con i loro auricolari, e contro la perdita della capacità di ascoltarsi l’un l’altro, evidente nei talk-show televisivi e in molti dibattiti politici. Al silenzio si aggiunge poi il rumore. La musica, così disse già Wilhem Busch, è purtroppo legata al rumore, ma senza considerare questo legame nella maniera in cui è qui inteso. Infatti, la musica è in ogni caso legata al rumore, ogni suono nasce più o meno da un rumore. Come Helmut Lachenmann - che da questa premessa trae energie primarie per le sue composizioni – ma allo stesso tempo diversamente dal collega tedesco, che con l’aiuto del rumore intende rompere la bella apparenza della musica, anche Salvatore Sciarrino prende il carattere di rumore della musica come un elemento che può essere sottomesso a un formazione consapevole e a strutturazioni giocose. In questo modo egli raggiunge un mondo della produzione sonora del tutto nuovo, enormemente esteso e ancor poco indagato. In questo senso, più che l’opera Luci mie traditrici è rappresentativo l’atto unico Infinito nero, in cui le pause tra le frasi di Maria Maddalena de’ Pazzi, pronunciate rapidamente e con veemenza, vengono accompagnate da rumori percussivi regolari che fanno pensare al battito del cuore umano. E, nel brano da camera Lo spazio inverso, flauto, clarinetto, celesta, violino e violoncello suonano a volte come se il vento soffiasse attraverso le loro corde. Di fatto ci troviamo di fronte, come spesso rilevato dalla letteratura specialistica, al pensiero del siciliano Eolo con il quale il siciliano Salvatore Sciarrino è cresciuto.
Il Semplice, il Silenzio, il Rumore, – e infine, quarto, il Timbro. Salvatore Sciarrino, nato nel 1947, ha precocemente dimostrato di possedere diversi talenti, uno raffigurativo tanto quanto quello musicale. Forse proprio per questo ha iniziato a percorrere la sua strada come autodidatta. Naturalmente ha ricevuto molti stimoli, per esempio da Franco Evangelisti; certamente dal 1966 al 1969 a Palermo, sua città natìa, si è immerso nella storia della musica, ma la sua strada di compositore l’ha trovata a partire da un impulso personale. Da qui si può comprendere come per lui le questioni fortemente dibattute nella musica contemporanea – in particolare riguardo alle strutture alle quali essa dovrebbe obbedire – non erano e non sono di importanza primaria. Nella musica di Salvatore Sciarrino l’altezza del suono non è in primo piano come parametro centrale e il timbro elemento periferico, di “rivestimento” rispetto a quello centrale. Al contrario, il timbro è altrettanto primario e costitutivo per gli avvenimenti musicali tanto quanto l’altezza del suono – anzi, a volte, si può avere l’impressione che l’altezza del suono discenda quasi dal timbro. In modo particolare ciò si vede in Infinito nero, dove al canto di Maria Maddalena spesso si aggiunge un pianoforte, ma non con l’altezza dei suoni, assolutamente impercepibile, bensì solo con i colori del timbro. Molto di ciò che qui è stato toccato – e che naturalmente rimane soltanto un cenno – può essere ascoltato in Quaderno di strada, una composizione estremamente bella tra quelle recenti di Salvatore Sciarrino. La sua base è costituita da dodici frammenti testuali e da un modo di dire – cose casuali, leggère tanto quanto urgenti da cui il compositore ha tratto ispirazione. «Lo smarrimento non è eccezione per le poste italiane». Ebbene, chi non potrebbe condividerlo – qui però non si tratta di un’affermazione di oggi bensì di un passo di una lettera del 1903 di Rainer Maria Rilke. Salvatore Sciarrino ha teso i suoi sensori molto in alto e su ampi orizzonti; accoglie ciò che gli si mostra e se ne appropria. Se incontra Gesualdo, allora ciò ha delle conseguenze profonde per le sue composizioni. Ma siamo nell’anno mozartiano e, benché senza poter qui approfondire questo aspetto, almeno un cenno a Mozart. Ovvero alle cadenze che Salvatore Sciarrino ha scritto per una intera serie di concerti strumentali di Mozart e che nel 1991 ha riunito in Cadenzario, un brano nuovamente del tutto autonomo. Anche di fronte all’oggi, di fronte agli onnipresenti trilli, squilli e suonerie ovunque percepibili, e in particolare a uno molto specifico, non chiude le sue orecchie – lo sentirete in Archeologia del telefono, eseguito per la prima volta nello scorso autunno a Donaueschingen. E poi Quaderno di strada, scritto nel 2003, dedicato al Klangforum Wien e al baritono Otto Katzameier. Il fatto che oggi possiamo ascoltare questo meraviglioso pezzo proprio in questa interpretazione costituisce un motivo di gioia molto particolare.
Caro Salvatore Sciarrino,
la ringrazio per la sua musica, per gli stimoli che crea e per le esperienze che offre. E anche da parte mia mi congratulo di cuore con Lei per questo premio.
E ringrazio Voi, cari Signore e Signori, per la vostra attenzione.

Peter Hagmann
(traduzione di Markus Ophälders)